Alla mezzanotte di domenica 1 settembre si è concluso il fermo pesca nell’alto Adriatico, che dallo scorso 22 luglio ha bloccato le attività dei pescherecci da Trieste a Rimini.

Pesce fresco, quindi, di nuovo sui banchi del mercato, dopo la sospensione che ha lo scopo di favorire il ripopolamento delle acque.

Il provvedimento del fermo pesca nasce dall’esigenza di tutelare l’ecosistema marino del Mediterraneo, messo a dura prova dalla pesca intensiva e da pratiche “invasive” quali la pesca con reti a strascico. Ogni anno il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali rende noto il calendario che regola l’interruzione delle attività per un minimo di 30 giorni, in maniera scaglionata tra i vari bacini di pesca (fanno eccezione Sicilia e Sardegna, che in virtù del loro statuto speciale possono decidere autonomamente il periodo di fermo).

Se le intenzioni sono buone, sono in molti, tuttavia, a dubitare dell’efficacia di tale misura, sottolineando, invece, il danno che procura alle imprese del ramo ittico, già fortemente provate dalla crisi economica.

Protestano i pescatori, i quali operano in un settore in calo, che negli ultimi 30 anni ha visto scendere del 35% il numero delle imbarcazioni e sfumare 18 mila posti di lavoro.

A rischio anche la qualità del pesce, che durante il fermo viene spesso rimpiazzato con prodotti stranieri o congelati, anziché dal pesce nostrano proveniente dalle zone dove non è in atto il provvedimento , dalle attività artigianali non soggette al blocco o dagli allevamenti.

Per i piccoli distributori e per i ristoratori, il danno deriva dalla sovrapposizione del fermo con il periodo di maggior afflusso turistico e, quindi, di maggior richiesta: il timore è che i clienti orientino le proprie scelte verso il pesce importato, abbandonando le specie ittiche locali e contribuendo, in questo modo, a logorare l’identità nazionale del prodotto.

Le associazioni di categoria contestano, infine, la reale efficacia del fermo, suggerendo misure più incisive che vadano a sostegno dell’intera filiera, produttiva e distributiva.

Un coro unanime, sembrerebbe, che però non può prescindere dalla necessità di proteggere il nostro patrimonio ittico, comparto nel quale occorre potenziare le iniziative e soprattutto gli investimenti.